Il libro di questo mese l’abbiamo scelto perché ci presenta un grande esempio di pratica della sofferenza. Sulla teoria noi cristiani siamo più forti, di solito, ma è la pratica il vero banco di prova, solo superato il quale acquisti il diritto inalienabile di consolare chi sta soffrendo vicino a te.
E Valentina, con il marito Lorenzo, ci danno indicazioni molto preziose sul dolore e su come potremmo viverlo senza uscirne distrutti.

Questa coppia ha tre figli e il più piccolo, Cesare, viene colpito a soli 18 mesi, da una malattia che stravolgerà la sua vita e quella della sua famiglia, nel bene e nel male.
Mamma Valentina usa una metafora bellissima per far comprendere come si sente chi viene catapultato improvvisamente nel baratro della sofferenza:
«Oggi quando rievoco le sensazioni di quelle ore terribili, paragono il nostro viaggio con Cece a una maratona a cui qualcuno ti ha iscritto senza chiederti il permesso. Tu magari non hai proprio voglia di correrla, non sei allenato, non sei pronto né psicologicamente né fisicamente ad affrontarla, ma non hai alternative, nessuno ti offre una via d’uscita». [pag. 124]
Di solito è proprio così che entra il dolore nella vita degli uomini, quasi sempre improvviso e inaspettato come un pericoloso temporale alla fine di una tranquilla giornata di sole. Li trova impreparati e, nello stesso tempo, li costringe a reagire immediatamente.
Valentina descrive in maniera lucida, a volte tenera, a volte straziante, con riflessioni bellissime, tutte le tappe dell’evolversi della malattia che colpisce il suo bambino. I verdetti lapidari dei medici, le parole «sparate come proiettili» nel cuore di chi le aspetta angosciato, le attese di esami e controlli che si trasformano in pura ansia continua, i pellegrinaggi negli ospedali, i farmaci vissuti come idoli in cui riporre ogni speranza per il futuro.
Parallelamente al racconto di Cece, Valentina scrive della sua famiglia di origine, in modo altrettanto trasparente, da persona che è stata ed è capace di una introspezione non comune.
Sa esaminare i fatti negativi del suo percorso, ma anche quelli positivi di cui si è arricchita la sua famiglia. Gli incontri con i bravi medici, le persone pronte ad aiutarli, che lei definisce «persone amiche con il cuore grande come una cattedrale» [pag. 111], i meravigliosi passi avanti del suo splendido bambino che non ha mai cessato di voler vivere: «Cece voleva vivere, ce lo stava dicendo attraverso ogni piccolo gesto, ogni testarda conquista. E a volte vivere vuol dire anche sbattere la testa, schiacciarsi una mano, sbucciarsi un ginocchio. Cadere. Farsi male e poi imparare a non farsene più, o almeno provarci». [pag. 81],
Valentina non parla mai di fede in Dio, se non qualche accenno alla sua fede da bambina, parla piuttosto di Destino, ma ci regala un esempio di speranza incrollabile, quella vera che dovrebbe essere nello zaino di ogni buon cristiano: «Ce l’avremmo fatta a uscirne? Non lo sapevamo con certezza, ma di una cosa eravamo sicuri al cento per cento: non avremmo mai, mai perso la speranza». [pag. 99]

Ottobre 2025