Il titolo del libro che proponiamo questo mese, rivela, almeno in parte, il suo filo conduttore. Chi si alza all’alba per andare a lavorare, di solito, compie un lavoro di “fatica” e infatti Calabresi presenta una quindicina di storie che parlano di vite abbastanza faticose, in cui però la fatica si mescola alla soddisfazione, alla vocazione, alla scelta, alla determinazione.

Pino, il bambino ingestibile che diventa un bravissimo cardiochirurgo. Veronica, la ragazza in carrozzina dopo mesi di ospedale per una meningite batterica fulminante; il padre decide di iscriverla alla maratona di New York, dal Palazzo di vetro dell’ONU a Central Park; gli amici spingono la sua carrozzina durante il percorso, ma lei, poco prima del traguardo, si alza in piedi e compie gli ultimi metri sulle sue gambe facendo piangere tutti: «Quello è stato il momento in cui ho ripreso in mano la mia vita» [Pag.19].
Elia, un ragazzo di 23 anni che per non perdere la tradizione di famiglia, torna a fare il pescatore di acciughe, aggiungendo alla storia antica del mestiere, nuove esplorazioni e nuovi studi.
Calabresi, giornalista molto conosciuto, che spesso incontra i giovani nelle scuole, scrive: «Chiudo ogni incontro con i ragazzi con l’augurio di fare fatica, convinto che la fatica sia l’antidoto a un tempo in cui tutto è frammentato, in cui spesso è difficile trovare un senso e una direzione. Allora, sono convinto che la fatica, intesa non come sofferenza – di quella ne abbiamo già troppa - ma come determinazione, passione, costanza, sia un’ancora di salvezza» [Pag.47].
Benedetta, esempio lampante di come i cammini complicati, difficili, accidentati, sono quelli che insegnano più cose e fanno crescere più in fretta. Nata con l’anca lussata, operata a 10 mesi e ingessata fino alla vita per cinque mesi, a 18 mesi la portano in piscina per volere dei medici che le prescrivono tantissima fisioterapia e nuoto. Non vogliamo svelare qui i risultati raggiunti da questa splendida ragazza, oggi ventenne, per non togliere al lettore il piacere di assaporarli da sé.
Calabresi racconta poi di una laurea che non conosce disoccupati. Lo scopre visitando la scuola di restauro, accompagnato da Sara Abram, storica dell’arte nonché segretario generale del Centro conservazione e restauro La Venaria Reale: «Il restauratore impara subito molti significati del concetto di fatica, fin dalle operazioni più semplici…» [Pag.100].
L’autore, nel suo raccontare, tocca mondi diversi, interessa, incuriosisce, informa, stupisce. E sa farlo appassionando. Come quando racconta l’intervista con la signora Marisa, ultraottantenne che nella vita ha solo e sempre lavorato con gioia e abnegazione dietro il banco, a servire porzioni di focaccia al formaggio o fette di torta pasqualina.
«La signora Marisa continua a parlare, mi emoziona ascoltarla, non c’è quasi bisogno che le faccia domande; ho atteso anni prima di chiederle di raccontarmi e sembra quasi che lei non aspettasse altro che condividere la sua vita…» [Pag.94].
Calabresi ama sentir raccontare giovani e anziani, con esperienza oppure con grandi sogni da realizzare. Dalle sue pagine trapela un grande amore per le vite degli altri che, a guardar bene, rispecchia l’amore per la vita in generale. Pensiamo che leggere i suoi libri faccia bene al cuore.

Novembre 2025
Il libro di questo mese l’abbiamo scelto perché ci presenta un grande esempio di pratica della sofferenza. Sulla teoria noi cristiani siamo più forti, di solito, ma è la pratica il vero banco di prova, solo superato il quale acquisti il diritto inalienabile di consolare chi sta soffrendo vicino a te.
E Valentina, con il marito Lorenzo, ci danno indicazioni molto preziose sul dolore e su come potremmo viverlo senza uscirne distrutti.

Questa coppia ha tre figli e il più piccolo, Cesare, viene colpito a soli 18 mesi, da una malattia che stravolgerà la sua vita e quella della sua famiglia, nel bene e nel male.
Mamma Valentina usa una metafora bellissima per far comprendere come si sente chi viene catapultato improvvisamente nel baratro della sofferenza:
«Oggi quando rievoco le sensazioni di quelle ore terribili, paragono il nostro viaggio con Cece a una maratona a cui qualcuno ti ha iscritto senza chiederti il permesso. Tu magari non hai proprio voglia di correrla, non sei allenato, non sei pronto né psicologicamente né fisicamente ad affrontarla, ma non hai alternative, nessuno ti offre una via d’uscita». [pag. 124]
Di solito è proprio così che entra il dolore nella vita degli uomini, quasi sempre improvviso e inaspettato come un pericoloso temporale alla fine di una tranquilla giornata di sole. Li trova impreparati e, nello stesso tempo, li costringe a reagire immediatamente.
Valentina descrive in maniera lucida, a volte tenera, a volte straziante, con riflessioni bellissime, tutte le tappe dell’evolversi della malattia che colpisce il suo bambino. I verdetti lapidari dei medici, le parole «sparate come proiettili» nel cuore di chi le aspetta angosciato, le attese di esami e controlli che si trasformano in pura ansia continua, i pellegrinaggi negli ospedali, i farmaci vissuti come idoli in cui riporre ogni speranza per il futuro.
Parallelamente al racconto di Cece, Valentina scrive della sua famiglia di origine, in modo altrettanto trasparente, da persona che è stata ed è capace di una introspezione non comune.
Sa esaminare i fatti negativi del suo percorso, ma anche quelli positivi di cui si è arricchita la sua famiglia. Gli incontri con i bravi medici, le persone pronte ad aiutarli, che lei definisce «persone amiche con il cuore grande come una cattedrale» [pag. 111], i meravigliosi passi avanti del suo splendido bambino che non ha mai cessato di voler vivere: «Cece voleva vivere, ce lo stava dicendo attraverso ogni piccolo gesto, ogni testarda conquista. E a volte vivere vuol dire anche sbattere la testa, schiacciarsi una mano, sbucciarsi un ginocchio. Cadere. Farsi male e poi imparare a non farsene più, o almeno provarci». [pag. 81],
Valentina non parla mai di fede in Dio, se non qualche accenno alla sua fede da bambina, parla piuttosto di Destino, ma ci regala un esempio di speranza incrollabile, quella vera che dovrebbe essere nello zaino di ogni buon cristiano: «Ce l’avremmo fatta a uscirne? Non lo sapevamo con certezza, ma di una cosa eravamo sicuri al cento per cento: non avremmo mai, mai perso la speranza». [pag. 99]

Ottobre 2025
Abbiamo già recensito un libro di L.M. Epicoco (nel mese di marzo 2024, Le affidabili) perché amiamo la sua scrittura fresca e accessibile a tutti, anche quando tratta concetti profondi e complessi. Oggi, Maria Grazia e Augusto, due nostri parrocchiani ci hanno informati della sua venuta a Cavallermaggiore (CN) sabato 6 settembre alle ore 9:30, per l’incontro: La speranza non è mai così persa da non poter essere ritrovata. Abbiamo quindi pensato di invogliare qualcuno interessato, a leggere il suo ultimo libro: Gesù veramente.

In questo libro Epicoco sceglie di rileggere per noi e con noi il Vangelo di Marco perché lo ritiene il Vangelo che veramente racconta il Gesù uomo e che quindi, come ogni uomo, vive profondamente tutte le passioni umane: ama, si adira, rimprovera, partecipa, si ripromette di non fare più miracoli ma poi, davanti al lebbroso che gli dice «Se vuoi, puoi purificarmi!» ne ha compassione e, per compassione, compie l’ennesimo miracolo.
Scrive Epicoco che Il Vangelo di Marco è un Vangelo catechetico, che parla la lingua delle persone comuni, per essere il più possibile comprensibile a tutti. È il Vangelo di Gesù che predica nelle case, che sceglie di vagabondare, seguito nella sua predicazione da folle di persone. L’autore ci esorta a conoscerlo veramente, lasciando perdere ogni eventuale idea preconfezionata su di lui, ogni tentazione di camminargli davanti per dettargli ciò che pensiamo sia meglio per noi, invece che porci alla sua sequela. Un Gesù che ci spiega la vera logica della croce: «Prendi la tua croce e seguimi» (Mc 8,34) non per amore della sofferenza, ma come quotidiana lotta al tuo egoismo.
Marco ci presenta un Gesù che sta a suo agio con i peccatori - ci morirà persino insieme sulla croce -, che guarisce anche di sabato perché sa stare sempre dalla parte di chi ha veramente bisogno, quando ha bisogno, senza ipocrisie. Un Gesù che, se a volte sembra assumere un atteggiamento da perdente, in altri racconti dimostra un coraggio unico nell’affrontare le cose.
A proposito, poi, delle donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua e hanno un grande problema: «Chi ci farà rotolare la pietra dell’ingresso del sepolcro?» ed invece «Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare…» (Mc 16,4), Epicoco scrive un invito per tutti: «Marco ci dice che queste donne alzarono lo sguardo e si accorsero che tutta la paranoia che aveva fatto loro compagnia in quella processione era inutile. Ora erano lì e la pietra non c’era più. È come se Marco ci stesse suggerendo che, dopo che ci siamo convertiti, non dobbiamo pensare come prima, dobbiamo andare avanti nel nostro cammino in maniera diversa. C’è nella nostra vita qualcosa di più interessante della paranoia per una pietra. …benché’ fosse molto grande (Mc16,4)» [pag.195].
Don Luigi Maria Epicoco (1980) è sacerdote dell’Arcidiocesi di L’Aquila, filosofo e teologo. Insegna all’ISSR Fides et Ratio di L’Aquila, alla Pontificia Accademia Alfonsiana, alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum di Roma. Ha al suo attivo tantissimi testi tradotti in diverse lingue, ben 12 solo con le Edizioni San Paolo. Alcuni titoli: Solo i malati guariscono 2020; Con cuore di padre 2021; La pietra scartata 2021; Quello che sei per me 2022; Prega, mangia, ama 2022; La stella, il cammino, il bambino 2023; Il Padre nostro 2024…

Settembre 2025
Se la preghiera che Gesù ci ha insegnato comincia con “Padre nostro”, è ovvio che ci impegna a sentirci tutti fratelli. Ma il rapporto tra fratelli è spesso difficoltoso e il legame di sangue non è una condizione sufficiente per annullare queste difficoltà. Il più delle volte si tratta di un rapporto che passa attraverso fasi anche difficili da superare. Lo testimonia questo interessante libro scritto da un presbitero gesuita, nato a Nocera nel 1979, laureato in psicologia, dottore in Teologia Biblica e attualmente docente di Antico Testamento a Napoli, presso la Sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Anselmo racconta ben nove rapporti tra fratelli e sorelle presenti nell’Antico Testamento (dal Genesi con Caino e Abele, a II Samuele con la vendetta meditata e ben architettata di Assalonne nei confronti di Amnon).

Gli schemi di questi complicati rapporti lasciano il lettore stupefatto per quanto paiono ripetersi identici nelle varie generazioni, fino anche ai tempi nostri. Invidie, predilezioni di genitori per un figlio (Rebecca per Giacobbe; Giacobbe per Giuseppe) che scatenano le invidie degli altri fratelli, sotterfugi e inganni (Giacobbe a danno di Esaù), piccole o grandi vendette, odio e amore (i figli di Davide), alleanze mutevoli a seconda delle convenienze e del potere, madri surrogate per l’urgenza di fare figli e permettere discendenze (Sara e Rachele), amori violati, giovani donne violentate (Dina e Tamar).
Giustamente l’incontro con Dio non avviene mai in una realtà astratta ed eterea, ma nella vita vera, tra le vicende degli uomini e delle donne che, per incontrare Dio, devono saper emergere dalle ceneri dei loro disastri affettivi.
Il rapporto paradigma nella Bibbia di questi sofferti rapporti di fratellanza è senza dubbio il primo, quello tra Caino e Abele. Caino, geloso del fratello prediletto da Dio, arriva ad ucciderlo. Non riesce ad esprimere a parole la propria affettività, non sa dialogare con Abele e lascia che tra di loro, al posto della parola, domini un silenzio assordante che esplode nella violenza. «Riuscirà Caino a domare l’animale che è alla sua porta? Caino è posto davanti a due scelte ugualmente possibili: il bene e il male» [Pag.18].
Sceglierà il male e non saprà prendersene la responsabilità. Quando Dio gli chiederà: «Dov’è Abele, tuo fratello? - egli risponderà - Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?» (Gen 4,9). Sostiene l’autore: «Nella Bibbia sono presenti due tipi di casualità: quella divina e quella umana. Pertanto, gli eventi sono il risultato sia dell’azione di Dio in quanto Signore della storia, sia dell’iniziativa umana» [Pag.116]. In seguito Caino si pentirà del male fatto e, al suo riconoscersi colpevole, il Signore avrà modo di intervenire per proteggerlo: «Chiunque ucciderà Caino, subirà la vendetta sette volte!» (Gen 4,15).
Il prezzo della nostra libertà consiste nel poter rispondere agli eventi come meglio crediamo, certo Dio ci chiede di rispondere con il bene.
Vincenzo Anselmo, grazie alle sue conoscenze psicologiche oltre che bibliche, esamina il testo sia dal punto di vista narrativo che psicologico, offrendoci un quadro profondo delle dinamiche che guidano i rapporti dei protagonisti, di quanto avviene nel loro animo, permettendo al lettore tanti e tanti punti di identificazione e momenti di riflessione.
Con parole bellissime, delle quali dovremmo fare tesoro, soprattutto quando fatichiamo a pensare di avere davanti un fratello e non uno straniero da cui difenderci, Anselmo definisce la fratellanza: «Nella Bibbia la fraternità non è un mero legame biologico o un’irenica convivenza, ma è soprattutto un orizzonte di possibilità che si colloca davanti al lettore, il quale, come Caino viene invitato a scendere dentro di sé riconoscendo le proprie resistenze di fronte all’altro, per uscire dal proprio egocentrismo e aprirsi al fratello o alla sorella che gli sta di fronte» [Pag.24].

Agosto 2025
Il primo libro di questo mese ci viene suggerito dal nostro parroco, don Mimmo Mitolo, con questa motivazione: «Si tratta di un libro sulla gioia - che in tempo pasquale è il più adatto - e che nutre il nostro cuore in un momento storico in cui ne abbiamo veramente bisogno tutti». L’autore è un monaco di Bose, nato a Livorno nel 1976, studioso dei padri greci e bizantini.

Proprio perché stiamo vivendo tempi molto scuri e difficili da decifrare, come cristiani abbiamo bisogno di lasciarci guidare dalla sete di gioia che urge nei nostri cuori. Per diventare punti di luce a cui gli altri si rivolgono nel buio. Vivere la gioia significa risvegliarsi dal torpore e dall’angoscia per sentirsi anche disponibili a incontri inattesi. Significa andare oltre i gesti quotidiani per vivere un’intensità più profonda. Una vita gioiosa è una vita fatta di porte, di apertura, di connessione. Sa spezzare ogni istinto di difesa per andare oltre e cogliere una realtà più grande. Una persona triste non sente la voglia di agire, di credere, di pensare e di provare affetto come invece sente di dover fare la persona gioiosa. Perché la persona gioiosa è una persona che vive la speranza.
Eppure, secondo d’Ayala Valva, non è così semplice impadronirsi della gioia.
La vera gioia del discepolo suppone un parto, una nuova nascita ed è frutto di un lento e quanto mai faticoso processo di maturazione e di conversione di sguardo, non è già immediatamente disponibile, anche se di per sé fa parte della nostra natura.
La gioia evangelica è sempre in qualche modo una gioia di secondo grado, non una gioia spontanea e immediatamente legata alle situazioni positive della vita, ma una gioia a caro prezzo, che integra al suo interno la tristezza, il pianto, il lutto, la morte, la persecuzione, il fallimento, per trovare al cuore di tutto questo, al cuore di quel buco nero, di quel vicolo cieco, quella che, parafrasando Paolo, possiamo chiamare la “forza della debolezza” (cf. 2Cor 12,9): la forza di lasciare ogni ormeggio e sicurezza per sé, per aprirsi nella fede allo Spirito del Risorto. Finché l’essere umano resta “forte”, prigioniero della propria logica e della propria sicurezza, tutt’al più potrà provare una gioia passeggera ed effimera, ma essa non sarà ancora una gioia provata e alla fine sarà smentita dal corso degli stessi eventi che l’hanno suscitata e da cui rimane dipendente.
È lo Spirito del Risorto a educarci alla gioia, a uno sguardo positivo sulla realtà che ci circonda, per liberarne la gioia nascosta. Infatti, nell’intimo più profondo di noi stessi siamo abitati dalla gioia stessa dello Spirito, che è anche quella di Gesù: per questo dobbiamo scavare molto profondo in noi per permetterle di sgorgare, e fa parte del cammino verso la gioia piena l’imparare a riprendere contatto con il nostro cuore, con la nostra interiorità.
In fondo, la gioia, la gioia vera, anche quando ci sono motivi reali e validi che la spiegano, non è mai totalmente motivata nell’esperienza umana, né giunge come risultato di cause che noi possiamo porre e preparare, ma ci sorprende sempre, e chiede di essere accolta e continuamente motivata.

Maggio 2025
Pagina 2 di 7