Nelle note finali di ringraziamento del suo secondo libro - il primo che ha avuto ampio successo, tratto da una storia vera, è stato: “Tutta la vita che resta”, sempre edito da Rizzoli nel 2024 - la scrittrice scrive: «I personaggi mi chiamano, li seguo, mi incammino nei sentieri che tracciano nella mia testa e non c’è spazio per niente e nessun altro».
Vorremmo poterle rispondere: «Sì, si sente!!». Roberta Recchia è infatti molto abile nel catturare l’attenzione e la curiosità del lettore e tenerle vive dalla prima all’ultima pagina (350 circa), attraverso la passione, l’attaccamento e lo studio attento del carattere dei suoi personaggi e degli avvenimenti che li coinvolgono.

Maestra nel definire i sentimenti - odio, paura, vergogna, amore, pietà, pregiudizio, perdono, rinascita, sofferenza - e i comportamenti, riesce a scavare nell’animo umano da vera esperta, per farne emergere luci ed ombre, razionalità e irrazionalità, bellezza e bassezza, bene e male.
Senza mai permettersi un giudizio, senza pontificare, offre al lettore varie possibilità di interrogarsi rispetto a molte scelte possibili, alcune particolarmente difficili, che la vita potrebbe mettergli davanti.
Una famiglia perbene, stimata e rispettata nel suo ambiente, viene improvvisamente e dolorosamente travolta dalla colpa commessa da uno dei suoi membri, colpa che condizionerà pesantemente il futuro di ciascuno.
Luca, che troviamo ragazzo all’inizio del romanzo e uomo fatto al termine, è il protagonista della storia che scorre tra Lazio e Lombardia per una quarantina d’anni (tra gli anni Settanta e i primi del Duemila). Molti sono però i coprotagonisti di questa complessa e avvincente saga familiare: il padre Tommaso, la madre Lilia e il fratello Maurizio, lo zio Umberto, la zia Mara e le cugine, nonna Caterina, Padre Lodoli, preside del Pio Collegio degli Oblati a Bergamo e ancora Flavia, Monica, Davide, Betta… tutti sempre sapientemente descritti.
Nel romanzo, molto crudo in alcune sue pagine, l’autrice lascia ampio spazio anche all’ironia e al sorriso.

Roberta Recchia (Roma 1972) è laureata in lingue e letterature Europee e Americane e in Relazioni Interculturali e Cooperazione Internazionale. Dopo alcuni anni in azienda ha deciso di intraprendere la strada dell’insegnamento, ma si è sempre dedicata alla scrittura.
Gennaio 2026
Papa Francesco dopo aver scritto Laudato sì - in cui ci esorta ad aver cura del creato che è di tutti - e Fratelli tutti - gli abitanti della terra devono sentirsi fratelli - pensava alla realizzazione di un terzo testo che evidenziasse una tavola comune alla quale cibarsi e dalla quale nessuno fosse escluso. La sua enciclica Dilexit nos approfondiva l’amore divino e umano del Cuore di Cristo, in cui Cristo stesso si identifica con “i più piccoli della società”, per ricordare a noi cristiani l’amore per i poveri e la lotta alla fame nel mondo, un mondo che invece sembrerebbe perseguire un altro obiettivo: maggior potere e ricchezza per pochi, con conseguente creazione di disuguaglianze sempre più profonde tra uomini e uomini e tra popoli e popoli.
Nell’esortazione apostolica Dilexi Te, Papa Leone XIV abbraccia a piene mani tutti i temi cari al suo predecessore e li sviluppa.

Il Messia ha scelto di nascere “povero” e tutto il Vangelo non è che una esortazione a soccorrere e ad aver compassione dei poveri, cioè di tutti coloro che sono in una condizione di isolamento e di emarginazione. La parabola del Buon Samaritano dovrebbe essere il paradigma di riferimento costante di ogni cristiano.
In effetti le prime comunità cristiane erano ben attente a soccorrere i fratelli e le sorelle in difficoltà. I Padri della Chiesa dei primi secoli poi, riconoscevano nei poveri la via privilegiata di accesso a Dio. Tra i Padri orientali il più ardente predicatore della giustizia sociale, san Giovanni Crisostomo (IV - V secolo), predicava «Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro» [Pag. 79].
Se i fedeli non incontrano Cristo nei poveri che stanno alla porta, non potranno adorarlo nemmeno sull’altare: «Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro e lui è sfinito dalla fame? Prima sazia la sua fame e poi, per soprappiù, orna anche la sua mensa» [pag. 79].
Questo principio è stato evocato, seguito, predicato da tanti cristiani nei secoli. Il vescovo di Ippona, sant’Agostino sosteneva che gli aiuti al fratello non solo alleviano i suoi bisogni, ma purificano anche il cuore di chi dona. La compassione e l’assistenza ai malati è stata la molla di conversione per Camillo de Lellis, poi diventato san Camillo, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi, i Camilliani. E via di seguito per tanti secoli e per diversi ordini monastici che hanno offerto ed offrono aiuto, assistenza, educazione, accoglienza ai più emarginati. Con più di duemila anni di Chiesa secondo Cristo, con i nostri santi papi che ci hanno esortati in tal senso anche durante questo ultimo secolo, avremmo ormai dovuto sconfiggere la povertà e la fame nel mondo. E invece NO.
I Vescovi, riunendosi a Medellin (Colombia) o ancora a Puebla (Città del Messico) lo hanno ribadito di nuovo: per risolvere tali problemi c’è bisogno di giustizia sociale, occorre abbattere le “strutture di peccato” che creano ingiustizie e disuguaglianze. Il cristiano non può passare “oltre” ignorando il problema, ma deve farsene carico, come fece il Samaritano. In che modo? Le parole che chiudono l’esortazione di Papa Leone XIV sono illuminanti: «Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù: Io ti ho amato (Ap 3,9), sono per lui».

Dicembre 2025
Il titolo del libro che proponiamo questo mese, rivela, almeno in parte, il suo filo conduttore. Chi si alza all’alba per andare a lavorare, di solito, compie un lavoro di “fatica” e infatti Calabresi presenta una quindicina di storie che parlano di vite abbastanza faticose, in cui però la fatica si mescola alla soddisfazione, alla vocazione, alla scelta, alla determinazione.

Pino, il bambino ingestibile che diventa un bravissimo cardiochirurgo. Veronica, la ragazza in carrozzina dopo mesi di ospedale per una meningite batterica fulminante; il padre decide di iscriverla alla maratona di New York, dal Palazzo di vetro dell’ONU a Central Park; gli amici spingono la sua carrozzina durante il percorso, ma lei, poco prima del traguardo, si alza in piedi e compie gli ultimi metri sulle sue gambe facendo piangere tutti: «Quello è stato il momento in cui ho ripreso in mano la mia vita» [Pag.19].
Elia, un ragazzo di 23 anni che per non perdere la tradizione di famiglia, torna a fare il pescatore di acciughe, aggiungendo alla storia antica del mestiere, nuove esplorazioni e nuovi studi.
Calabresi, giornalista molto conosciuto, che spesso incontra i giovani nelle scuole, scrive: «Chiudo ogni incontro con i ragazzi con l’augurio di fare fatica, convinto che la fatica sia l’antidoto a un tempo in cui tutto è frammentato, in cui spesso è difficile trovare un senso e una direzione. Allora, sono convinto che la fatica, intesa non come sofferenza – di quella ne abbiamo già troppa - ma come determinazione, passione, costanza, sia un’ancora di salvezza» [Pag.47].
Benedetta, esempio lampante di come i cammini complicati, difficili, accidentati, sono quelli che insegnano più cose e fanno crescere più in fretta. Nata con l’anca lussata, operata a 10 mesi e ingessata fino alla vita per cinque mesi, a 18 mesi la portano in piscina per volere dei medici che le prescrivono tantissima fisioterapia e nuoto. Non vogliamo svelare qui i risultati raggiunti da questa splendida ragazza, oggi ventenne, per non togliere al lettore il piacere di assaporarli da sé.
Calabresi racconta poi di una laurea che non conosce disoccupati. Lo scopre visitando la scuola di restauro, accompagnato da Sara Abram, storica dell’arte nonché segretario generale del Centro conservazione e restauro La Venaria Reale: «Il restauratore impara subito molti significati del concetto di fatica, fin dalle operazioni più semplici…» [Pag.100].
L’autore, nel suo raccontare, tocca mondi diversi, interessa, incuriosisce, informa, stupisce. E sa farlo appassionando. Come quando racconta l’intervista con la signora Marisa, ultraottantenne che nella vita ha solo e sempre lavorato con gioia e abnegazione dietro il banco, a servire porzioni di focaccia al formaggio o fette di torta pasqualina.
«La signora Marisa continua a parlare, mi emoziona ascoltarla, non c’è quasi bisogno che le faccia domande; ho atteso anni prima di chiederle di raccontarmi e sembra quasi che lei non aspettasse altro che condividere la sua vita…» [Pag.94].
Calabresi ama sentir raccontare giovani e anziani, con esperienza oppure con grandi sogni da realizzare. Dalle sue pagine trapela un grande amore per le vite degli altri che, a guardar bene, rispecchia l’amore per la vita in generale. Pensiamo che leggere i suoi libri faccia bene al cuore.

Novembre 2025
Il libro di questo mese l’abbiamo scelto perché ci presenta un grande esempio di pratica della sofferenza. Sulla teoria noi cristiani siamo più forti, di solito, ma è la pratica il vero banco di prova, solo superato il quale acquisti il diritto inalienabile di consolare chi sta soffrendo vicino a te.
E Valentina, con il marito Lorenzo, ci danno indicazioni molto preziose sul dolore e su come potremmo viverlo senza uscirne distrutti.

Questa coppia ha tre figli e il più piccolo, Cesare, viene colpito a soli 18 mesi, da una malattia che stravolgerà la sua vita e quella della sua famiglia, nel bene e nel male.
Mamma Valentina usa una metafora bellissima per far comprendere come si sente chi viene catapultato improvvisamente nel baratro della sofferenza:
«Oggi quando rievoco le sensazioni di quelle ore terribili, paragono il nostro viaggio con Cece a una maratona a cui qualcuno ti ha iscritto senza chiederti il permesso. Tu magari non hai proprio voglia di correrla, non sei allenato, non sei pronto né psicologicamente né fisicamente ad affrontarla, ma non hai alternative, nessuno ti offre una via d’uscita». [pag. 124]
Di solito è proprio così che entra il dolore nella vita degli uomini, quasi sempre improvviso e inaspettato come un pericoloso temporale alla fine di una tranquilla giornata di sole. Li trova impreparati e, nello stesso tempo, li costringe a reagire immediatamente.
Valentina descrive in maniera lucida, a volte tenera, a volte straziante, con riflessioni bellissime, tutte le tappe dell’evolversi della malattia che colpisce il suo bambino. I verdetti lapidari dei medici, le parole «sparate come proiettili» nel cuore di chi le aspetta angosciato, le attese di esami e controlli che si trasformano in pura ansia continua, i pellegrinaggi negli ospedali, i farmaci vissuti come idoli in cui riporre ogni speranza per il futuro.
Parallelamente al racconto di Cece, Valentina scrive della sua famiglia di origine, in modo altrettanto trasparente, da persona che è stata ed è capace di una introspezione non comune.
Sa esaminare i fatti negativi del suo percorso, ma anche quelli positivi di cui si è arricchita la sua famiglia. Gli incontri con i bravi medici, le persone pronte ad aiutarli, che lei definisce «persone amiche con il cuore grande come una cattedrale» [pag. 111], i meravigliosi passi avanti del suo splendido bambino che non ha mai cessato di voler vivere: «Cece voleva vivere, ce lo stava dicendo attraverso ogni piccolo gesto, ogni testarda conquista. E a volte vivere vuol dire anche sbattere la testa, schiacciarsi una mano, sbucciarsi un ginocchio. Cadere. Farsi male e poi imparare a non farsene più, o almeno provarci». [pag. 81],
Valentina non parla mai di fede in Dio, se non qualche accenno alla sua fede da bambina, parla piuttosto di Destino, ma ci regala un esempio di speranza incrollabile, quella vera che dovrebbe essere nello zaino di ogni buon cristiano: «Ce l’avremmo fatta a uscirne? Non lo sapevamo con certezza, ma di una cosa eravamo sicuri al cento per cento: non avremmo mai, mai perso la speranza». [pag. 99]

Ottobre 2025
Abbiamo già recensito un libro di L.M. Epicoco (nel mese di marzo 2024, Le affidabili) perché amiamo la sua scrittura fresca e accessibile a tutti, anche quando tratta concetti profondi e complessi. Oggi, Maria Grazia e Augusto, due nostri parrocchiani ci hanno informati della sua venuta a Cavallermaggiore (CN) sabato 6 settembre alle ore 9:30, per l’incontro: La speranza non è mai così persa da non poter essere ritrovata. Abbiamo quindi pensato di invogliare qualcuno interessato, a leggere il suo ultimo libro: Gesù veramente.

In questo libro Epicoco sceglie di rileggere per noi e con noi il Vangelo di Marco perché lo ritiene il Vangelo che veramente racconta il Gesù uomo e che quindi, come ogni uomo, vive profondamente tutte le passioni umane: ama, si adira, rimprovera, partecipa, si ripromette di non fare più miracoli ma poi, davanti al lebbroso che gli dice «Se vuoi, puoi purificarmi!» ne ha compassione e, per compassione, compie l’ennesimo miracolo.
Scrive Epicoco che Il Vangelo di Marco è un Vangelo catechetico, che parla la lingua delle persone comuni, per essere il più possibile comprensibile a tutti. È il Vangelo di Gesù che predica nelle case, che sceglie di vagabondare, seguito nella sua predicazione da folle di persone. L’autore ci esorta a conoscerlo veramente, lasciando perdere ogni eventuale idea preconfezionata su di lui, ogni tentazione di camminargli davanti per dettargli ciò che pensiamo sia meglio per noi, invece che porci alla sua sequela. Un Gesù che ci spiega la vera logica della croce: «Prendi la tua croce e seguimi» (Mc 8,34) non per amore della sofferenza, ma come quotidiana lotta al tuo egoismo.
Marco ci presenta un Gesù che sta a suo agio con i peccatori - ci morirà persino insieme sulla croce -, che guarisce anche di sabato perché sa stare sempre dalla parte di chi ha veramente bisogno, quando ha bisogno, senza ipocrisie. Un Gesù che, se a volte sembra assumere un atteggiamento da perdente, in altri racconti dimostra un coraggio unico nell’affrontare le cose.
A proposito, poi, delle donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua e hanno un grande problema: «Chi ci farà rotolare la pietra dell’ingresso del sepolcro?» ed invece «Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare…» (Mc 16,4), Epicoco scrive un invito per tutti: «Marco ci dice che queste donne alzarono lo sguardo e si accorsero che tutta la paranoia che aveva fatto loro compagnia in quella processione era inutile. Ora erano lì e la pietra non c’era più. È come se Marco ci stesse suggerendo che, dopo che ci siamo convertiti, non dobbiamo pensare come prima, dobbiamo andare avanti nel nostro cammino in maniera diversa. C’è nella nostra vita qualcosa di più interessante della paranoia per una pietra. …benché’ fosse molto grande (Mc16,4)» [pag.195].
Don Luigi Maria Epicoco (1980) è sacerdote dell’Arcidiocesi di L’Aquila, filosofo e teologo. Insegna all’ISSR Fides et Ratio di L’Aquila, alla Pontificia Accademia Alfonsiana, alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum di Roma. Ha al suo attivo tantissimi testi tradotti in diverse lingue, ben 12 solo con le Edizioni San Paolo. Alcuni titoli: Solo i malati guariscono 2020; Con cuore di padre 2021; La pietra scartata 2021; Quello che sei per me 2022; Prega, mangia, ama 2022; La stella, il cammino, il bambino 2023; Il Padre nostro 2024…

Settembre 2025
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