Quante volte, e in quanti contesti diversi, sentiamo ripetere le stesse considerazioni sui giovani: «Non sono più i giovani della nostra generazione… - I giovani oggi hanno interessi divers - Ma cosa vogliono i giovani di oggi? », ecc.

La lettura di questo libro, un romanzo, una finestra aperta su alcune problematiche del mondo giovanile, è un’opportunità proprio per indagarlo con maggior consapevolezza.

35 La ragazza daria Andreea Simionel

Aryna è una sedicenne che proviene dalla Romania e risiede a Torino da due anni. Deve perciò fare i conti, oltre che con le difficoltà adolescenziali, legate alla crescita, anche con un inserimento non facile in un paese nuovo, con diversa lingua e diverse tradizioni.

«A volte vorrei mettermi a correre, tirarmi dietro Marco, disertare la scuola. Invece ci alziamo stanchi e svuotati, come due vecchi, quando il cortile è ormai già vuoto» [pag.32].

«Dentro di me la frenesia di chi ha scoperto qualcuno o qualcosa, una sensazione vecchia ma familiare e dimenticata, che non provo da quando sono andata via dalla Romania. Ho un amico» [pag. 32].

«Non so da dove venga questa rabbia che mi entra nelle vene, si impossessa di me e mi controlla la bocca e le mani» [pag. 35].

«Sono, come dice mia madre, girata al contrario. Quando sono qui, voglio di là. Quando sono là, voglio qui» [pag.100].

Presto il disagio della ricerca di una nuova identità, porta la ragazza a un’alimentazione compensativa, con conseguente aumento di peso. L’aumento di peso a sua volta la condurrà a un’insoddisfazione dolorosa e all’esigenza di un controllo maniacale sul suo corpo, che sfocerà in anoressia. Ovviamente la sua crisi diventerà anche crisi familiare: di una madre, di un padre e anche di una sorella minore. Tutti si dovranno interrogare, per fare i conti con una sofferenza che intuiscono, ma non sanno interpretare.

Un grave crollo fisico e psicologico richiederà il ricovero ospedaliero e proprio in ospedale, Aryna troverà quella luce, mai spenta totalmente, che le permetterà di rinascere.

«A volte sento che quegli anni sono sopra di me. Si accumulano e mi schiacciano in una fossa e tentano di soffocarmi. Altre volte, come adesso, sono dietro di me. Sono un treno di vagoni, un vento che mi spinge da dietro. Apro le braccia e corro giù per la discesa. Sono corpo che cammina, sono polmoni che si riempiono e si svuotano, sono cuore che batte, sono muscoli in movimento» [pag.342].

Brava Andreea Simionel a rendere, in una scrittura netta, stringata e lucida, sensazioni complesse e articolate e a volte persino oscure dell’animo umano.

35 Andreea Simionel

 

Maggio 2026

Noi cristiani conosciamo molto bene le parole del Vangelo che danno il titolo a questo interessante libro di Marco Prastaro, classe 1962, ordinato sacerdote nel 1988 e dal 2018 Vescovo di Asti. Proprio dopo il terzo annuncio che Gesù compie della sua prossima dolorosa passione, morte e quindi resurrezione, si rivolge a lui la moglie di Zebedeo e madre di Giovanni e Giacomo per chiedere che nel regno siano riconosciuti ai suoi figli due posti d’onore (Mt.20,20). Già dopo i primi due annunci che Gesù aveva fatto, si erano scatenate delle discussioni, prima con Pietro e poi tra i discepoli. La logica di Gesù tarda a farsi strada perché non è la logica di potere a cui sono abituati gli uomini.

34 Tra voi non sia cos Il potere nella Chiesa Marco Prastaro

 

Non crediamo che per noi, cristiani di oggi, sia molto diverso, ecco perché il libro di Marco Prastaro è molto illuminante e utile. Parte dal concetto di onnipotenza che attribuiamo a Dio, un’onnipotenza che in Dio è vincolata solo dall’Amore per le sue creature. Dio Onnipotente è prima di tutto Padre, capace di «rimanere invisibile e nascosto per non divenire irresistibile e rispettare quindi la nostra scelta libera» [Pag 21].

Molte sono le persone che chiederanno a Gesù di mostrare la sua forza e la sua potenza attraverso azioni eclatanti, persino quando sarà sulla Croce. Ma Gesù risponde sempre definendosi servo, venuto per salvare e servire e chiede ai suoi seguaci di fare altrettanto. «E’ l’onni-impotenza del Calvario che dimostra l’onnipotenza di Dio» [pag.29].

Anche il fine della Chiesa non è quello dell’autoaffermazione, ma dell’annuncio e della missione. Proprio in questi giorni il predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini ha detto davanti al Papa: «Il Vangelo non si annuncia per vincere ma per incontrare…- e ancora -  annunciare Cristo da una posizione di superiorità o di controllo, rischia di tradire lo stesso Vangelo».

Prastaro ci offre un’intelligente carrellata di quali sono i mali e le tentazioni del potere: denaro, ricchezza, carrierismo e arrivismo. «Ai nostri giorni esiste persino una teologia della prosperità che ha trovato terreno fertile nel movimento neo-pentecostale e carismatico e nella nuova amministrazione Trump. Il nucleo centrale di tale teologia è la convinzione che Dio voglia che i suoi fedeli abbiano una vita prospera e cioè che siano ricchi dal punto di vista economico, sani da quello fisico e individualmente felici ….questo approccio rischia di esacerbare le disuguaglianze sociali e di creare una mancanza di empatia verso i poveri, considerati come persone con fede insufficiente, riducendo la salvezza ad un semplice benessere materiale e trasformando la religione in un fenomeno utilitaristico e pragmatico» [pag.108].

Secondo l’autore esistono degli antidoti da mettere in atto per resistere alle tentazioni del potere. Li elenca e li sviscera molto bene: vigilare sul cuore, sinodalità, mitezza, umiltà….

Ovviamente i pastori devono esercitare la loro responsabilità e autorità che non va però confusa con l’autoritarismo.  A questo proposito, l’autore termina il libro con le parole di Papa Francesco: «Il pastore deve avere la potenza e l’autorità che aveva Gesù, quella dell’umiltà quella della mitezza, della vicinanza, della capacità di compassione, della tenerezza» [pag.171].

34 Marco Prastaro

Aprile 2026

 

Ci sono persone che credono in Dio, altre che dicono di credere in Dio. Non tutte però sanno dare ragione della loro fede. Il prof. Carlo Miglietta nel suo ultimo libro ci aiuta in questo intento. La nostra comunità di Pino deve già molto al prof. Miglietta, medico e biblista, autore di parecchi libri, che per noi ha svolto diversi corsi biblici e interventi in tempo di Quaresima di Fraternità. Anche i profitti di questo libro, così come la raccolta quaresimale, andranno a favore dei Popoli indigeni delle Missioni della Consolata in Brasile, a lui tanto cari.

33 Perch credere che cosa credere come credere Carlo Miglietta

Perché credere. La fede è un dono a disposizione di tutti, a cui ogni individuo è libero di aderire o meno, se e quando ricevesse l’Annuncio. «…ma solo se si ha una base razionale profonda si può evangelizzare, ci si può confrontare con un mondo che pare lontano dalla ricerca religiosa» [pag.17].

Anche Giovanni Paolo II nella Catechesi tradendae scriveva: «...è vano sostenere l’abbandono di uno studio serio e sistematico del messaggio di Cristo, in nome di un metodo che privilegia l’esperienza vitale, privata» [pag.17].

Proprio percorrendo con il lettore la strada di tale ricerca razionale, l’autore esamina con profonda cura diverse vie cercate nei secoli per giungere a Dio: la via esistenziale, la via filosofica, le vie antropologiche, la via storica…  e approda infine alla Resurrezione di Gesù Cristo come fondamento della fede nel Dio dei cristiani, dedicando ben 10 pagine di esame attentissimo a tutti gli interrogativi che fiorirono intorno a questo grande evento.

Che cosa credere. Una volta accettato che Gesù è Figlio di Dio e che Dio ci ha parlato in Gesù Cristo, dobbiamo liberarci delle numerose immagini di Dio falsamente inventate a causa di una cattiva ed errata lettura della Bibbia. Scrive l’autore «Tutto l’Antico Testamento altro non è che profezia di Gesù, che dell’Antico Testamento è l’esegesi ultima» [pag. 76]. E chi impara a conoscere Cristo nel Vangelo, capisce benissimo in quale Dio NON deve credere.

Un Dio causa del male, un Dio Padrone, un Dio Giudice, un Dio che castiga, un Dio che vuole sacrifici, un Dio geloso, un Dio controllore, un Dio che ama solo chi lo ama, un Dio meritocratico…sono immagini tossiche di Dio (così le definiva Papa Francesco) delle quali dobbiamo liberarci. E ancora una volta, Carlo Miglietta ci guida in questo cammino di liberazione, perché arriviamo al Dio vero di Gesù Cristo, un Dio che «È Amore» (1Gv,4-8).

Come credere. «La Bibbia è piena di comandamenti, di leggi. Ma si badi bene. Dio non ci dà precetti per metterci alla prova, ma perché sa che sono la nostra beatitudine. Seguire la sua volontà significa essere felici, significa vivere in pienezza (Dt 28;30). È come il grande costruttore che allega il libretto di istruzioni, perché la sua opera non si guasti, ma anzi funzioni al meglio» [pag. 125].

Dopo che l’ebraismo si era impegolato in un marasma di precetti e prescrizioni, la grande tradizione rabbinica cercava il comandamento che fosse il Primo, il più importante, quello necessario ad ottenere la vita eterna. Gesù ci ha insegnato quale fosse: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente. Amerai il prossimo tuo come te stesso». La carità al primo posto, e subito dopo la gioia. Miglietta ci racconta come «Tutto il Vangelo è percorso da un fiume di gioia» [pag. 135].

«Gesù era un uomo lieto, che sapeva godere dell’amicizia, della buona tavola, delle bellezze della natura che tante volte cita nelle sue parabole» [pag. 134].

Quindi nella Chiesa, noi cristiani dovremmo essere testimoni di gioia e “persone di spirito”. Papa Francesco alla domanda su quali fossero le parole chiave del suo pontificato, rispose: «Mi sono reso conto che la parola che uso più spesso è gioia» [pag. 145].

Un libro chiaro, utile, coinvolgente, colto ma mai pedante. 154 pagine da leggere assolutamente!!

 33 Carlo Miglietta

Marzo 2026

Ogni educatore, ogni genitore, ogni adulto può trovare in questo libro stimoli per aiutarsi a capire i ragazzi, quegli adolescenti che troppo spesso, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo, pensiamo in un’età di transito obbligata, in “un’età di mezzo”, un’età che in qualche modo “ha da passa’” e passerà!

Scrive invece l’autore: «L’adolescenza è un tempo che non va svilito, non è solo una tappa ingombrante nell’attesa di diventare improvvisamente adulti» [pag.104]. In questo senso l’adolescenza può diventare tempo favorevole per non consegnarsi all’angoscia e all’inutilità della vita, ma per costruirsi come uomini e donne in gamba.

Don Claudio tocca i punti più delicati di un cammino di crescita che gli adulti dovrebbero conoscere. Li aiuta dall’alto della sua esperienza di cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano e fondatore nel 2000 dell’associazione KAIROS, che gestisce diverse comunità di accoglienza per minori. Per questo motivo ne consigliamo la lettura.

32 Non ci sono ragazzi cattivi Claudio Burgio

 

Come stimolo anticipiamo alcuni punti di quello che don Claudio chiama un itinerario pedagogico, sviscerato da lui molto bene con riferimenti al Vangelo e testimonianze spesso commoventi, certo coinvolgenti, di ragazzi e di genitori.

«Perché un ragazzo ti consegni la sua storia, la sua vita, devi andare a vedere dov’è; devi spingerti nei suoi abissali dolori, devi andare a raccoglierlo laddove la fiducia è stata sepolta con lui» [pag. 40].

«La fragilità, la consapevolezza di essere fragile, ricrea l’uomo, lo rinnova, lo restituisce alla Verità: la debolezza non conduce al male, ma anzi è una risorsa» [pag. 47].

Nabil, 17 anni: «La droga ha ucciso anche me, qui in carcere avrò il tempo per lasciarmi aiutare e guarire…». «Se si trova il coraggio di piangere e disperarsi, di lanciare invocazioni di aiuto, di riconoscere le proprie paure, solo allora si può diventare uomini» [pag. 57].

«Il consumo di droga è in continuo aumento, i prezzi sono calati vertiginosamente. La trovi ovunque. È la ricerca del piacere fine a se stesso, è il godimento di un attimo di felicità apparente, perché si ha paura di guardare al futuro» [pag. 49].

«Ci si scandalizza giustamente per un ragazzo drogato, ma quanti adulti sono davvero uomini capaci di suggerire modelli di vita coerenti?» [pag. 59].

«Penso agli oratori…una volta erano centri popolari dove, in nome del Vangelo, s’incontravano i figli delle famiglie più deboli e quelli delle famiglie più benestanti. Oggi a chi si rivolgono? Mi viene in mente un monsignore che mi disse: “Tu non puoi stare in oratorio, tu stai bene con quelli là» [pag. 61].

«Gli adolescenti parlano molto più di quello che dicono a parole» [pag. 94].

«C’è un linguaggio non verbale fatto di segni, di comportamenti, anche di silenzi, che, se l’adulto è latitante, è disattento, non è in grado di decifrare» [pag. 94].

«La forma più alta di conoscenza è la riconoscenza…riconoscere è aprirsi alla gratitudine, è non cedere alla tentazione della lamentela continua» [pag. 75].

«I nostri adolescenti oggi (questi qua e quelli là) chiedono soprattutto di essere accompagnati da persone che credono nella vita e sanno alimentare la speranza. Troppi adulti, oggi, uccidono la speranza» [pag. 95].

«I giovani hanno bisogno di essere incoraggiati, responsabilizzati, creduti. Necessitano di incontrare uomini e donne che, con fiducia, aprano prospettive positive di vita e non pretendano solo risultati» [pag. 95].

«L’unica cultura possibile non può essere unicamente quella del profitto, del successo e dell’efficienza» [pag. 95].

«Il Vangelo diventa interessante quando è incarnato da persone di fiducia. Solo la presenza di adulti capaci di diffondere la gioia del Vangelo come per contagio, i giovani possono scoprire ancora oggi una dimensione spirituale, altrimenti non rintracciabile nella totale indifferenza che segna il nostro tempo» [pag. 113].

«Alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45) è l’ultimo punto di questo itinerario pedagogico. «Gli adolescenti hanno più che mai bisogno di “vedere” testimoni, più che incontrare maestri: persone che, con entusiasmo e con generosità, abbiano a consegnare l’arte del vivere a una generazione che non è spenta e che ancora si lascia bruciare dalle domande scottanti e decisive dell’esistenza» [pag. 128].

Abbiamo già presentato un libro di don Claudio nel mese di novembre 2024: Non vi guardo perché rischio di fidarmi. 

 

 

Febbraio 2026

Nelle note finali di ringraziamento del suo secondo libro - il primo che ha avuto ampio successo, tratto da una storia vera, è stato: “Tutta la vita che resta”, sempre edito da Rizzoli nel 2024 - la scrittrice scrive: «I personaggi mi chiamano, li seguo, mi incammino nei sentieri che tracciano nella mia testa e non c’è spazio per niente e nessun altro».

Vorremmo poterle rispondere: «Sì, si sente!!». Roberta Recchia è infatti molto abile nel catturare l’attenzione e la curiosità del lettore e tenerle vive dalla prima all’ultima pagina (350 circa), attraverso la passione, l’attaccamento e lo studio attento del carattere dei suoi personaggi e degli avvenimenti che li coinvolgono.

31 Io che ti ho voluto cos bene Roberta Recchia

Maestra nel definire i sentimenti - odio, paura, vergogna, amore, pietà, pregiudizio, perdono, rinascita, sofferenza - e i comportamenti, riesce a scavare nell’animo umano da vera esperta, per farne emergere luci ed ombre, razionalità e irrazionalità, bellezza e bassezza, bene e male.

Senza mai permettersi un giudizio, senza pontificare, offre al lettore varie possibilità di interrogarsi rispetto a molte scelte possibili, alcune particolarmente difficili, che la vita potrebbe mettergli davanti.

Una famiglia perbene, stimata e rispettata nel suo ambiente, viene improvvisamente e dolorosamente travolta dalla colpa commessa da uno dei suoi membri, colpa che condizionerà pesantemente il futuro di ciascuno.

Luca, che troviamo ragazzo all’inizio del romanzo e uomo fatto al termine, è il protagonista della storia che scorre tra Lazio e Lombardia per una quarantina d’anni (tra gli anni Settanta e i primi del Duemila). Molti sono però i coprotagonisti di questa complessa e avvincente saga familiare: il padre Tommaso, la madre Lilia e il fratello Maurizio, lo zio Umberto, la zia Mara e le cugine, nonna Caterina, Padre Lodoli, preside del Pio Collegio degli Oblati a Bergamo e ancora Flavia, Monica, Davide, Betta… tutti sempre sapientemente descritti.

Nel romanzo, molto crudo in alcune sue pagine, l’autrice lascia ampio spazio anche all’ironia e al sorriso.

31 Roberta Recchia

Roberta Recchia (Roma 1972) è laureata in lingue e letterature Europee e Americane e in Relazioni Interculturali e Cooperazione Internazionale. Dopo alcuni anni in azienda ha deciso di intraprendere la strada dell’insegnamento, ma si è sempre dedicata alla scrittura.

Gennaio 2026