Ci sono persone che credono in Dio, altre che dicono di credere in Dio. Non tutte però sanno dare ragione della loro fede. Il prof. Carlo Miglietta nel suo ultimo libro ci aiuta in questo intento. La nostra comunità di Pino deve già molto al prof. Miglietta, medico e biblista, autore di parecchi libri, che per noi ha svolto diversi corsi biblici e interventi in tempo di Quaresima di Fraternità. Anche i profitti di questo libro, così come la raccolta quaresimale, andranno a favore dei Popoli indigeni delle Missioni della Consolata in Brasile, a lui tanto cari.

Perché credere. La fede è un dono a disposizione di tutti, a cui ogni individuo è libero di aderire o meno, se e quando ricevesse l’Annuncio. «…ma solo se si ha una base razionale profonda si può evangelizzare, ci si può confrontare con un mondo che pare lontano dalla ricerca religiosa» [pag.17].
Anche Giovanni Paolo II nella Catechesi tradendae scriveva: «...è vano sostenere l’abbandono di uno studio serio e sistematico del messaggio di Cristo, in nome di un metodo che privilegia l’esperienza vitale, privata» [pag.17].
Proprio percorrendo con il lettore la strada di tale ricerca razionale, l’autore esamina con profonda cura diverse vie cercate nei secoli per giungere a Dio: la via esistenziale, la via filosofica, le vie antropologiche, la via storica… e approda infine alla Resurrezione di Gesù Cristo come fondamento della fede nel Dio dei cristiani, dedicando ben 10 pagine di esame attentissimo a tutti gli interrogativi che fiorirono intorno a questo grande evento.
Che cosa credere. Una volta accettato che Gesù è Figlio di Dio e che Dio ci ha parlato in Gesù Cristo, dobbiamo liberarci delle numerose immagini di Dio falsamente inventate a causa di una cattiva ed errata lettura della Bibbia. Scrive l’autore «Tutto l’Antico Testamento altro non è che profezia di Gesù, che dell’Antico Testamento è l’esegesi ultima» [pag. 76]. E chi impara a conoscere Cristo nel Vangelo, capisce benissimo in quale Dio NON deve credere.
Un Dio causa del male, un Dio Padrone, un Dio Giudice, un Dio che castiga, un Dio che vuole sacrifici, un Dio geloso, un Dio controllore, un Dio che ama solo chi lo ama, un Dio meritocratico…sono immagini tossiche di Dio (così le definiva Papa Francesco) delle quali dobbiamo liberarci. E ancora una volta, Carlo Miglietta ci guida in questo cammino di liberazione, perché arriviamo al Dio vero di Gesù Cristo, un Dio che «È Amore» (1Gv,4-8).
Come credere. «La Bibbia è piena di comandamenti, di leggi. Ma si badi bene. Dio non ci dà precetti per metterci alla prova, ma perché sa che sono la nostra beatitudine. Seguire la sua volontà significa essere felici, significa vivere in pienezza (Dt 28;30). È come il grande costruttore che allega il libretto di istruzioni, perché la sua opera non si guasti, ma anzi funzioni al meglio» [pag. 125].
Dopo che l’ebraismo si era impegolato in un marasma di precetti e prescrizioni, la grande tradizione rabbinica cercava il comandamento che fosse il Primo, il più importante, quello necessario ad ottenere la vita eterna. Gesù ci ha insegnato quale fosse: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente. Amerai il prossimo tuo come te stesso». La carità al primo posto, e subito dopo la gioia. Miglietta ci racconta come «Tutto il Vangelo è percorso da un fiume di gioia» [pag. 135].
«Gesù era un uomo lieto, che sapeva godere dell’amicizia, della buona tavola, delle bellezze della natura che tante volte cita nelle sue parabole» [pag. 134].
Quindi nella Chiesa, noi cristiani dovremmo essere testimoni di gioia e “persone di spirito”. Papa Francesco alla domanda su quali fossero le parole chiave del suo pontificato, rispose: «Mi sono reso conto che la parola che uso più spesso è gioia» [pag. 145].
Un libro chiaro, utile, coinvolgente, colto ma mai pedante. 154 pagine da leggere assolutamente!!

Marzo 2026
Ogni educatore, ogni genitore, ogni adulto può trovare in questo libro stimoli per aiutarsi a capire i ragazzi, quegli adolescenti che troppo spesso, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo, pensiamo in un’età di transito obbligata, in “un’età di mezzo”, un’età che in qualche modo “ha da passa’” e passerà!
Scrive invece l’autore: «L’adolescenza è un tempo che non va svilito, non è solo una tappa ingombrante nell’attesa di diventare improvvisamente adulti» [pag.104]. In questo senso l’adolescenza può diventare tempo favorevole per non consegnarsi all’angoscia e all’inutilità della vita, ma per costruirsi come uomini e donne in gamba.
Don Claudio tocca i punti più delicati di un cammino di crescita che gli adulti dovrebbero conoscere. Li aiuta dall’alto della sua esperienza di cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano e fondatore nel 2000 dell’associazione KAIROS, che gestisce diverse comunità di accoglienza per minori. Per questo motivo ne consigliamo la lettura.

Come stimolo anticipiamo alcuni punti di quello che don Claudio chiama un itinerario pedagogico, sviscerato da lui molto bene con riferimenti al Vangelo e testimonianze spesso commoventi, certo coinvolgenti, di ragazzi e di genitori.
«Perché un ragazzo ti consegni la sua storia, la sua vita, devi andare a vedere dov’è; devi spingerti nei suoi abissali dolori, devi andare a raccoglierlo laddove la fiducia è stata sepolta con lui» [pag. 40].
«La fragilità, la consapevolezza di essere fragile, ricrea l’uomo, lo rinnova, lo restituisce alla Verità: la debolezza non conduce al male, ma anzi è una risorsa» [pag. 47].
Nabil, 17 anni: «La droga ha ucciso anche me, qui in carcere avrò il tempo per lasciarmi aiutare e guarire…». «Se si trova il coraggio di piangere e disperarsi, di lanciare invocazioni di aiuto, di riconoscere le proprie paure, solo allora si può diventare uomini» [pag. 57].
«Il consumo di droga è in continuo aumento, i prezzi sono calati vertiginosamente. La trovi ovunque. È la ricerca del piacere fine a se stesso, è il godimento di un attimo di felicità apparente, perché si ha paura di guardare al futuro» [pag. 49].
«Ci si scandalizza giustamente per un ragazzo drogato, ma quanti adulti sono davvero uomini capaci di suggerire modelli di vita coerenti?» [pag. 59].
«Penso agli oratori…una volta erano centri popolari dove, in nome del Vangelo, s’incontravano i figli delle famiglie più deboli e quelli delle famiglie più benestanti. Oggi a chi si rivolgono? Mi viene in mente un monsignore che mi disse: “Tu non puoi stare in oratorio, tu stai bene con quelli là» [pag. 61].
«Gli adolescenti parlano molto più di quello che dicono a parole» [pag. 94].
«C’è un linguaggio non verbale fatto di segni, di comportamenti, anche di silenzi, che, se l’adulto è latitante, è disattento, non è in grado di decifrare» [pag. 94].
«La forma più alta di conoscenza è la riconoscenza…riconoscere è aprirsi alla gratitudine, è non cedere alla tentazione della lamentela continua» [pag. 75].
«I nostri adolescenti oggi (questi qua e quelli là) chiedono soprattutto di essere accompagnati da persone che credono nella vita e sanno alimentare la speranza. Troppi adulti, oggi, uccidono la speranza» [pag. 95].
«I giovani hanno bisogno di essere incoraggiati, responsabilizzati, creduti. Necessitano di incontrare uomini e donne che, con fiducia, aprano prospettive positive di vita e non pretendano solo risultati» [pag. 95].
«L’unica cultura possibile non può essere unicamente quella del profitto, del successo e dell’efficienza» [pag. 95].
«Il Vangelo diventa interessante quando è incarnato da persone di fiducia. Solo la presenza di adulti capaci di diffondere la gioia del Vangelo come per contagio, i giovani possono scoprire ancora oggi una dimensione spirituale, altrimenti non rintracciabile nella totale indifferenza che segna il nostro tempo» [pag. 113].
«Alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45) è l’ultimo punto di questo itinerario pedagogico. «Gli adolescenti hanno più che mai bisogno di “vedere” testimoni, più che incontrare maestri: persone che, con entusiasmo e con generosità, abbiano a consegnare l’arte del vivere a una generazione che non è spenta e che ancora si lascia bruciare dalle domande scottanti e decisive dell’esistenza» [pag. 128].
Abbiamo già presentato un libro di don Claudio nel mese di novembre 2024: Non vi guardo perché rischio di fidarmi.
Febbraio 2026
Nelle note finali di ringraziamento del suo secondo libro - il primo che ha avuto ampio successo, tratto da una storia vera, è stato: “Tutta la vita che resta”, sempre edito da Rizzoli nel 2024 - la scrittrice scrive: «I personaggi mi chiamano, li seguo, mi incammino nei sentieri che tracciano nella mia testa e non c’è spazio per niente e nessun altro».
Vorremmo poterle rispondere: «Sì, si sente!!». Roberta Recchia è infatti molto abile nel catturare l’attenzione e la curiosità del lettore e tenerle vive dalla prima all’ultima pagina (350 circa), attraverso la passione, l’attaccamento e lo studio attento del carattere dei suoi personaggi e degli avvenimenti che li coinvolgono.

Maestra nel definire i sentimenti - odio, paura, vergogna, amore, pietà, pregiudizio, perdono, rinascita, sofferenza - e i comportamenti, riesce a scavare nell’animo umano da vera esperta, per farne emergere luci ed ombre, razionalità e irrazionalità, bellezza e bassezza, bene e male.
Senza mai permettersi un giudizio, senza pontificare, offre al lettore varie possibilità di interrogarsi rispetto a molte scelte possibili, alcune particolarmente difficili, che la vita potrebbe mettergli davanti.
Una famiglia perbene, stimata e rispettata nel suo ambiente, viene improvvisamente e dolorosamente travolta dalla colpa commessa da uno dei suoi membri, colpa che condizionerà pesantemente il futuro di ciascuno.
Luca, che troviamo ragazzo all’inizio del romanzo e uomo fatto al termine, è il protagonista della storia che scorre tra Lazio e Lombardia per una quarantina d’anni (tra gli anni Settanta e i primi del Duemila). Molti sono però i coprotagonisti di questa complessa e avvincente saga familiare: il padre Tommaso, la madre Lilia e il fratello Maurizio, lo zio Umberto, la zia Mara e le cugine, nonna Caterina, Padre Lodoli, preside del Pio Collegio degli Oblati a Bergamo e ancora Flavia, Monica, Davide, Betta… tutti sempre sapientemente descritti.
Nel romanzo, molto crudo in alcune sue pagine, l’autrice lascia ampio spazio anche all’ironia e al sorriso.

Roberta Recchia (Roma 1972) è laureata in lingue e letterature Europee e Americane e in Relazioni Interculturali e Cooperazione Internazionale. Dopo alcuni anni in azienda ha deciso di intraprendere la strada dell’insegnamento, ma si è sempre dedicata alla scrittura.
Gennaio 2026
Papa Francesco dopo aver scritto Laudato sì - in cui ci esorta ad aver cura del creato che è di tutti - e Fratelli tutti - gli abitanti della terra devono sentirsi fratelli - pensava alla realizzazione di un terzo testo che evidenziasse una tavola comune alla quale cibarsi e dalla quale nessuno fosse escluso. La sua enciclica Dilexit nos approfondiva l’amore divino e umano del Cuore di Cristo, in cui Cristo stesso si identifica con “i più piccoli della società”, per ricordare a noi cristiani l’amore per i poveri e la lotta alla fame nel mondo, un mondo che invece sembrerebbe perseguire un altro obiettivo: maggior potere e ricchezza per pochi, con conseguente creazione di disuguaglianze sempre più profonde tra uomini e uomini e tra popoli e popoli.
Nell’esortazione apostolica Dilexi Te, Papa Leone XIV abbraccia a piene mani tutti i temi cari al suo predecessore e li sviluppa.

Il Messia ha scelto di nascere “povero” e tutto il Vangelo non è che una esortazione a soccorrere e ad aver compassione dei poveri, cioè di tutti coloro che sono in una condizione di isolamento e di emarginazione. La parabola del Buon Samaritano dovrebbe essere il paradigma di riferimento costante di ogni cristiano.
In effetti le prime comunità cristiane erano ben attente a soccorrere i fratelli e le sorelle in difficoltà. I Padri della Chiesa dei primi secoli poi, riconoscevano nei poveri la via privilegiata di accesso a Dio. Tra i Padri orientali il più ardente predicatore della giustizia sociale, san Giovanni Crisostomo (IV - V secolo), predicava «Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro» [Pag. 79].
Se i fedeli non incontrano Cristo nei poveri che stanno alla porta, non potranno adorarlo nemmeno sull’altare: «Che vantaggio c’è, se la sua mensa è piena di calici d’oro e lui è sfinito dalla fame? Prima sazia la sua fame e poi, per soprappiù, orna anche la sua mensa» [pag. 79].
Questo principio è stato evocato, seguito, predicato da tanti cristiani nei secoli. Il vescovo di Ippona, sant’Agostino sosteneva che gli aiuti al fratello non solo alleviano i suoi bisogni, ma purificano anche il cuore di chi dona. La compassione e l’assistenza ai malati è stata la molla di conversione per Camillo de Lellis, poi diventato san Camillo, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi, i Camilliani. E via di seguito per tanti secoli e per diversi ordini monastici che hanno offerto ed offrono aiuto, assistenza, educazione, accoglienza ai più emarginati. Con più di duemila anni di Chiesa secondo Cristo, con i nostri santi papi che ci hanno esortati in tal senso anche durante questo ultimo secolo, avremmo ormai dovuto sconfiggere la povertà e la fame nel mondo. E invece NO.
I Vescovi, riunendosi a Medellin (Colombia) o ancora a Puebla (Città del Messico) lo hanno ribadito di nuovo: per risolvere tali problemi c’è bisogno di giustizia sociale, occorre abbattere le “strutture di peccato” che creano ingiustizie e disuguaglianze. Il cristiano non può passare “oltre” ignorando il problema, ma deve farsene carico, come fece il Samaritano. In che modo? Le parole che chiudono l’esortazione di Papa Leone XIV sono illuminanti: «Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù: Io ti ho amato (Ap 3,9), sono per lui».

Dicembre 2025
Il titolo del libro che proponiamo questo mese, rivela, almeno in parte, il suo filo conduttore. Chi si alza all’alba per andare a lavorare, di solito, compie un lavoro di “fatica” e infatti Calabresi presenta una quindicina di storie che parlano di vite abbastanza faticose, in cui però la fatica si mescola alla soddisfazione, alla vocazione, alla scelta, alla determinazione.

Pino, il bambino ingestibile che diventa un bravissimo cardiochirurgo. Veronica, la ragazza in carrozzina dopo mesi di ospedale per una meningite batterica fulminante; il padre decide di iscriverla alla maratona di New York, dal Palazzo di vetro dell’ONU a Central Park; gli amici spingono la sua carrozzina durante il percorso, ma lei, poco prima del traguardo, si alza in piedi e compie gli ultimi metri sulle sue gambe facendo piangere tutti: «Quello è stato il momento in cui ho ripreso in mano la mia vita» [Pag.19].
Elia, un ragazzo di 23 anni che per non perdere la tradizione di famiglia, torna a fare il pescatore di acciughe, aggiungendo alla storia antica del mestiere, nuove esplorazioni e nuovi studi.
Calabresi, giornalista molto conosciuto, che spesso incontra i giovani nelle scuole, scrive: «Chiudo ogni incontro con i ragazzi con l’augurio di fare fatica, convinto che la fatica sia l’antidoto a un tempo in cui tutto è frammentato, in cui spesso è difficile trovare un senso e una direzione. Allora, sono convinto che la fatica, intesa non come sofferenza – di quella ne abbiamo già troppa - ma come determinazione, passione, costanza, sia un’ancora di salvezza» [Pag.47].
Benedetta, esempio lampante di come i cammini complicati, difficili, accidentati, sono quelli che insegnano più cose e fanno crescere più in fretta. Nata con l’anca lussata, operata a 10 mesi e ingessata fino alla vita per cinque mesi, a 18 mesi la portano in piscina per volere dei medici che le prescrivono tantissima fisioterapia e nuoto. Non vogliamo svelare qui i risultati raggiunti da questa splendida ragazza, oggi ventenne, per non togliere al lettore il piacere di assaporarli da sé.
Calabresi racconta poi di una laurea che non conosce disoccupati. Lo scopre visitando la scuola di restauro, accompagnato da Sara Abram, storica dell’arte nonché segretario generale del Centro conservazione e restauro La Venaria Reale: «Il restauratore impara subito molti significati del concetto di fatica, fin dalle operazioni più semplici…» [Pag.100].
L’autore, nel suo raccontare, tocca mondi diversi, interessa, incuriosisce, informa, stupisce. E sa farlo appassionando. Come quando racconta l’intervista con la signora Marisa, ultraottantenne che nella vita ha solo e sempre lavorato con gioia e abnegazione dietro il banco, a servire porzioni di focaccia al formaggio o fette di torta pasqualina.
«La signora Marisa continua a parlare, mi emoziona ascoltarla, non c’è quasi bisogno che le faccia domande; ho atteso anni prima di chiederle di raccontarmi e sembra quasi che lei non aspettasse altro che condividere la sua vita…» [Pag.94].
Calabresi ama sentir raccontare giovani e anziani, con esperienza oppure con grandi sogni da realizzare. Dalle sue pagine trapela un grande amore per le vite degli altri che, a guardar bene, rispecchia l’amore per la vita in generale. Pensiamo che leggere i suoi libri faccia bene al cuore.

Novembre 2025
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